Nella foto sei seduta sulla sommità di una colonna.
Sei uno stilita dalle spalle nude.
La luce è un profluvio di strappi lupeschi
che ti azzannano il viso in ampi squarci offensivi.
Il buio ti contende la pelle come gli Svevi la Galizia.
Il tuo sguardo è bifora sulle vaste coltivazioni
di miglio, sui germogli che non sono io.
Sogna, ragazza. A perdifiato sogna.
Questo araldo di sventure, questo milite ignoto anche oggi
stava per parlare di te. Di quella volta che.
Poi un consesso di capillari sporadici
ha preso pieno possesso delle pupille e la voce
s'è ritirata fioca in una sacca di vetro di tipo C.
Il draconiano signore delle mie profondità
ha stabilito che non è più tempo. Che il tempo è andato.
Che anche le mie parole debbano lasciarti.
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