venerdì 2 maggio 2025

Quarantadue

L'abbazia di San Giusto. A Tuscania.
La festa dei serpari a Cocullo, L'Aquila.
Il Museo della Storia della Psichiatria. A Reggio.
Quello della televisione. A Torino.
Quello dei neon. A Varsavia.
Quello dei videogiochi. A Berlino.
La vita, fastosa, mugugna come un rantolo
Come inascoltato estuario, come lacerato stendardo.
Scivola imponente sul red carpet
il cronometrare delle perdite: e ciò che si perde
è perduto per sempre, idiota!
Fossi almeno chiara nel rifiuto
come il menu di una trattoria: di primo, dovresti dire,
abbiamo che non ti voglio. Fossi definitiva nei ritardi:
l'Intercity notte porta 42 minuti. Non 41, né 43. 42.
Lo saprei. Potrei regolare il mio bagaglio a mano
sul fuso di Washington.
Ma così, sai com'è, scotto. Come la crosta di Urano.
Come l'estate in Tanzania. Come le scimmie in guerra
tra loro. Troppo per le lunghe, baby.
L'hai portata troppo per le lunghe. Cos'è, questa sospensione
d'attimi? La settima o l'ottava stagione? Non lo ricordo
neanche più. Non capisco, coi miei piccoli mezzi d'uomo,
se è la diretta, questa, o la replica. Se siamo in chiaro
o è il pezzotto. È tutto così evidente, eppure, bela
il vocione degli alisei! Solo tu non te ne sei ancora accorto!
Solo tu, a tua volta idiota e mille volte idiota,
sei ancora lì, dinanzi allo schermo muto dell'insonnia:
ma dormi! Dormi, per Dio! L'abbazia di San Giusto. A Tuscania.
La festa dei serpari a Cocullo, L'Aquila. E tu dove sei?
Immoto a temere gli apostrofi.
Talmente cristico da sfoderare come un merito le braccia inchiodate,
talmente crocifisso alla sua brama di martirio
da: "Saresti disposto a barattare tutti i tuoi domini
in Normandia con quel gate per Bucarest?",
rispondere sì.

lunedì 14 aprile 2025

Morrigan

Pare plani sugli scudi. Dispiegando ali di corvo. O di cornacchia.
Dicono divori i cadaveri e seduca i soldati all'assalto.
Che premi i suoi amanti.
Mutaforma, la definiscono gli albi del mito.
Regina dei fantasmi, gli abitanti delle isole.

Ti sento ridere nel vento. Prenderti gioco della brughiera.
E del fumo del mio isolato comignolo. Nero.

Hai legato la mia lingua a una cavezza d'asina.
E sono stato ai patti.
Con resina e sabbia di fiume hai colmato le mie arterie.
Ti ho persino sorriso.
Ora, mentre l'esercizio della ragione mi si complica
come da bambino il quadro svedese, governi il mio folle affanno.

Spietata come il freddo. Imperturbata come la sorte.
Non convertibile.

Sono tante le cose che non so. Tanti gli accadimenti,
tantissime le fraintese scappatoie dei tuoi tortuosi
meandri di furia. Vivacchio e invecchio accarezzando i denti aguzzi
di un'incertezza insondabile come un fondale.
Come fosse il piumaggio di un nibbio.

Mi strattoni l'anima e non dirò che lo fai per gioco.
Perché temo i tuoi flagelli, muoio delle tue piaghe.
Ma sdentato innalzo inni ostinati
che della lode artigliano solo le spine.

Evito di chiedermi il perché. Ed anche di questo
faccio penitenza.

sabato 22 marzo 2025

Ginepraio

So che a vedermi così, a galla nella bile, tra le fauci dei venti,
ti sembrerà un'ipotesi implausibile e velleitaria
come l'estinzione stessa del genere umano. 
Ma ti assicuro che verrà il giorno
in cui guarderò le lacrime solcarti le fenditure delle guance
con la stessa mirabile indifferenza che riservo al Murray,
nell'atto di generarsi dalle alpi australiane.
Il giorno, illustre e barbarico, in cui la tua voce
cesserà d'essere lira tra le dite di quella greca lì
e busserà al dehor del mio ventre per quello che è:
attrito di freni, scambio ferroviario, notte piacentina.
Il giorno, mai così tanto atteso, in cui le tue mani e il tuo battito
saranno battito e mani. Senza svolazzi di liriche,
senza fronzoli d'alisei. Quel giorno
i tuoi occhi muteranno in cumuli di catrame da betoniera
e la tua carne, che ora mi stria d'inganni la pelle, avrà per me
l'odore mieloso della muffa nelle celle d'isolamento.
Tu, ora crocevia d'ogni rotta, perno secolare d'ogni topografia,
quel giorno sarai una corsia d'ospedale. Il tuo sapore
si tramuterà in antimicotico da degenza alle mie mucose.
La fame, che allo stato attuale strattona dispotica
le mie viscere di ferro, sarà placata dalla più dolce delle nausee.
L'ultima maschera spegnerà le luci del teatro di posa.
Io indosserò un impermeabile somigliante a me. E un elmo piumato.
"Perché hai tolto il mio ritratto dalla parete?", domanderai.
"Perché sapevo che saresti venuta", risponderò.