So che a vedermi così, a galla nella bile, tra le fauci dei venti,
ti sembrerà un'ipotesi implausibile e velleitaria
come l'estinzione stessa del genere umano.
Ma ti assicuro che verrà il giorno
in cui guarderò le lacrime solcarti le fenditure delle guance
con la stessa mirabile indifferenza che riservo al Murray,
nell'atto di generarsi dalle alpi australiane.
Il giorno, illustre e barbarico, in cui la tua voce
cesserà d'essere lira tra le dite di quella greca lì
e busserà al dehor del mio ventre per quello che è:
attrito di freni, scambio ferroviario, notte piacentina.
Il giorno, mai così tanto atteso, in cui le tue mani e il tuo battito
saranno battito e mani. Senza svolazzi di liriche,
senza fronzoli d'alisei. Quel giorno
i tuoi occhi muteranno in cumuli di catrame da betoniera
e la tua carne, che ora mi stria d'inganni la pelle, avrà per me
l'odore mieloso della muffa nelle celle d'isolamento.
Tu, ora crocevia d'ogni rotta, perno secolare d'ogni topografia,
quel giorno sarai una corsia d'ospedale. Il tuo sapore
si tramuterà in antimicotico da degenza alle mie mucose.
La fame, che allo stato attuale strattona dispotica
le mie viscere di ferro, sarà placata dalla più dolce delle nausee.
L'ultima maschera spegnerà le luci del teatro di posa.
Io indosserò un impermeabile somigliante a me. E un elmo piumato.
"Perché hai tolto il mio ritratto dalla parete?", domanderai.
"Perché sapevo che saresti venuta", risponderò.
ti sembrerà un'ipotesi implausibile e velleitaria
come l'estinzione stessa del genere umano.
Ma ti assicuro che verrà il giorno
in cui guarderò le lacrime solcarti le fenditure delle guance
con la stessa mirabile indifferenza che riservo al Murray,
nell'atto di generarsi dalle alpi australiane.
Il giorno, illustre e barbarico, in cui la tua voce
cesserà d'essere lira tra le dite di quella greca lì
e busserà al dehor del mio ventre per quello che è:
attrito di freni, scambio ferroviario, notte piacentina.
Il giorno, mai così tanto atteso, in cui le tue mani e il tuo battito
saranno battito e mani. Senza svolazzi di liriche,
senza fronzoli d'alisei. Quel giorno
i tuoi occhi muteranno in cumuli di catrame da betoniera
e la tua carne, che ora mi stria d'inganni la pelle, avrà per me
l'odore mieloso della muffa nelle celle d'isolamento.
Tu, ora crocevia d'ogni rotta, perno secolare d'ogni topografia,
quel giorno sarai una corsia d'ospedale. Il tuo sapore
si tramuterà in antimicotico da degenza alle mie mucose.
La fame, che allo stato attuale strattona dispotica
le mie viscere di ferro, sarà placata dalla più dolce delle nausee.
L'ultima maschera spegnerà le luci del teatro di posa.
Io indosserò un impermeabile somigliante a me. E un elmo piumato.
"Perché hai tolto il mio ritratto dalla parete?", domanderai.
"Perché sapevo che saresti venuta", risponderò.
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