"Emanciparmi dall'incubo delle passioni"
Ogni volta che guardo un’edicola immagino di essere abbonato
a una rivista.
Non so a quale, nello specifico. E neppure ha importanza.
Ma mi ci vedo, fisicamente: più magro di come sono, meglio vestito, con più soldi. Comodamente seduto su una poltrona di modernariato, accanto ad una scrivania possente sormontata da una lampada verde, con una grande finestra sullo sfondo, battuta dalla pioggia autunnale.
Non immagino un camino, quello no. Ma tutto il resto sì. Sono io, quello, anche se non visualizzo la faccia. Ma non c’è dubbio alcuno al riguardo. Ho un bicchiere di Ardberg che luccica sulla madia e sto calibratamente stracciando il cellophane dal numero di novembre di “Storia militare”. O di “Aeronautica e spazio”. O di “Vittorie italiane” (che dubito avrà una seconda uscita).
Sono io da adulto. E contemplo questa fantasticheria da quando avevo più o meno vent’anni. Idealizzo la mia futura compostezza, la compiuta serenità dei gesti dell’uomo che immancabilmente sarò e sono diventato, la sobrietà. Il tutto grazie alla regolarità della rivista. Grazie a “I treni”. Che mi segmenta il tempo, lo fa ricapitare, lo rinnova nella tradizione.
Ogni volta che passo dinanzi a una residenza storica mi fermo a leggere le lapidi.
E vorrei tanto vivere la vita di quelli delle lapidi.
Non dei lapicidi, attenzione.
Proprio di quelli che “qui nacque” e “qui visse”.
I protagonisti delle lapidi, insomma. Ma manco degli eroi, dei capitani coraggiosi delle guerre d’Oltremare, delle medaglie d’oro sul campo d’onore.
No, nient’affatto.
Di quelli che hanno – per tutto il tempo, in un piccolo studio in radica di noce – studiato fisica o arte orafa. Dei filantropi, delle dame di carità, dei geometri, degli oratori. Dei medici che hanno curato la rosolia.
Quando leggo che la comunità “deferente” li omaggia, mi fermo sempre a pensare alle loro esistenze. E mi pervade un senso di tranquillità che somiglia a una deprivazione sensoriale. Alla pace dei sensi. Li vedo lì, con la domestica che gli porta il caffè mentre scrivono, o leggono, alla fioca lucerna. E loro ringraziano, con garbo, mentre sottolineano un passaggio sulla pertosse. O lo trascrivono. Penso all’equilibrio, alla compostezza, alla moderazione.
Io vorrei essere l’illustre cittadino che, in questa casa, centocinquanta anni fa, ha speso tanto del suo tempo mortale a perfezionare l’uso del barometro.
E poi – ogni volta che taglio Piazza Giordano, di questi tempi, in prima serata – passo distrattamente in rassegna gli anziani seduti alle panchine. Che si godono l’aria che finalmente rinfresca e chiacchierano tra loro. Mangiando un gelato.
E invidio quella quiete depurata dai furiosi impeti del sangue arterioso.
Mi piacciono i signori con le camicie a righe abbottonate fino all’ultima asola. Quelli che discutono pacatamente e concedono anche la ragione all’interlocutore, se è il caso. Quelli che non sanno i risultati delle partite perché, per loro, le partite non sono poi così importanti.
“Così vorrei essere”, mi dico. O come i ragazzi e le ragazze che sento cantare al suono di svariate chitarre nel piano interrato della sala parrocchiale. Quelli che affollano gli oratori. O, meglio ancora, ripercorrere le gesta di quelli ai quali sono stati intitolati gli oratori.
Immagino sedie da spostare, festoni da fissare in sala, caffè e crostate da offrire, messe da servire. E poi immagino cantare le lodi al Signore. Col cuore pulito e pacificato.
Ma io sono qui che smadonno e sbraito e ho il cuore che sembra un cavallo impazzito.
Come una condanna perpetua.
Il mio sangue è un sibilo sottomarino, è una battaglia di U-Boot nel Baltico meridionale. Soffro il tremendo amore come l’afa, provo il tormento, la passione è una fiaccola in una lanterna, litigo con me stesso, mi mangio lo stomaco a morsi. Ardo, questo è.
E, nelle mie gerarchie, tutto diventa di vitale importanza. Tutto è tutto o niente.
Già solo a leggere quello che ho appena scritto, per dire, lo sfascerei a terra. Il barometro.
E quindi niente. Ho appena compiuto 48 anni, da febbraio sto cercando una casa in affitto, bevo Moskovskaja, ingrasso a vista d’occhio, guardo le Olimpiadi di Parigi come già gli Europei under 19, la notte ascolto canzoni tristi che manco il Blue Whale.
E non mi sono mai abbonato a nessuna rivista.
Non so a quale, nello specifico. E neppure ha importanza.
Ma mi ci vedo, fisicamente: più magro di come sono, meglio vestito, con più soldi. Comodamente seduto su una poltrona di modernariato, accanto ad una scrivania possente sormontata da una lampada verde, con una grande finestra sullo sfondo, battuta dalla pioggia autunnale.
Non immagino un camino, quello no. Ma tutto il resto sì. Sono io, quello, anche se non visualizzo la faccia. Ma non c’è dubbio alcuno al riguardo. Ho un bicchiere di Ardberg che luccica sulla madia e sto calibratamente stracciando il cellophane dal numero di novembre di “Storia militare”. O di “Aeronautica e spazio”. O di “Vittorie italiane” (che dubito avrà una seconda uscita).
Sono io da adulto. E contemplo questa fantasticheria da quando avevo più o meno vent’anni. Idealizzo la mia futura compostezza, la compiuta serenità dei gesti dell’uomo che immancabilmente sarò e sono diventato, la sobrietà. Il tutto grazie alla regolarità della rivista. Grazie a “I treni”. Che mi segmenta il tempo, lo fa ricapitare, lo rinnova nella tradizione.
Ogni volta che passo dinanzi a una residenza storica mi fermo a leggere le lapidi.
E vorrei tanto vivere la vita di quelli delle lapidi.
Non dei lapicidi, attenzione.
Proprio di quelli che “qui nacque” e “qui visse”.
I protagonisti delle lapidi, insomma. Ma manco degli eroi, dei capitani coraggiosi delle guerre d’Oltremare, delle medaglie d’oro sul campo d’onore.
No, nient’affatto.
Di quelli che hanno – per tutto il tempo, in un piccolo studio in radica di noce – studiato fisica o arte orafa. Dei filantropi, delle dame di carità, dei geometri, degli oratori. Dei medici che hanno curato la rosolia.
Quando leggo che la comunità “deferente” li omaggia, mi fermo sempre a pensare alle loro esistenze. E mi pervade un senso di tranquillità che somiglia a una deprivazione sensoriale. Alla pace dei sensi. Li vedo lì, con la domestica che gli porta il caffè mentre scrivono, o leggono, alla fioca lucerna. E loro ringraziano, con garbo, mentre sottolineano un passaggio sulla pertosse. O lo trascrivono. Penso all’equilibrio, alla compostezza, alla moderazione.
Io vorrei essere l’illustre cittadino che, in questa casa, centocinquanta anni fa, ha speso tanto del suo tempo mortale a perfezionare l’uso del barometro.
E poi – ogni volta che taglio Piazza Giordano, di questi tempi, in prima serata – passo distrattamente in rassegna gli anziani seduti alle panchine. Che si godono l’aria che finalmente rinfresca e chiacchierano tra loro. Mangiando un gelato.
E invidio quella quiete depurata dai furiosi impeti del sangue arterioso.
Mi piacciono i signori con le camicie a righe abbottonate fino all’ultima asola. Quelli che discutono pacatamente e concedono anche la ragione all’interlocutore, se è il caso. Quelli che non sanno i risultati delle partite perché, per loro, le partite non sono poi così importanti.
“Così vorrei essere”, mi dico. O come i ragazzi e le ragazze che sento cantare al suono di svariate chitarre nel piano interrato della sala parrocchiale. Quelli che affollano gli oratori. O, meglio ancora, ripercorrere le gesta di quelli ai quali sono stati intitolati gli oratori.
Immagino sedie da spostare, festoni da fissare in sala, caffè e crostate da offrire, messe da servire. E poi immagino cantare le lodi al Signore. Col cuore pulito e pacificato.
Ma io sono qui che smadonno e sbraito e ho il cuore che sembra un cavallo impazzito.
Come una condanna perpetua.
Il mio sangue è un sibilo sottomarino, è una battaglia di U-Boot nel Baltico meridionale. Soffro il tremendo amore come l’afa, provo il tormento, la passione è una fiaccola in una lanterna, litigo con me stesso, mi mangio lo stomaco a morsi. Ardo, questo è.
E, nelle mie gerarchie, tutto diventa di vitale importanza. Tutto è tutto o niente.
Già solo a leggere quello che ho appena scritto, per dire, lo sfascerei a terra. Il barometro.
E quindi niente. Ho appena compiuto 48 anni, da febbraio sto cercando una casa in affitto, bevo Moskovskaja, ingrasso a vista d’occhio, guardo le Olimpiadi di Parigi come già gli Europei under 19, la notte ascolto canzoni tristi che manco il Blue Whale.
E non mi sono mai abbonato a nessuna rivista.
Casa mia casa di tutti, diceva la buonanima di mia madre
RispondiEliminaHo fatto qualcosa, Simone?
EliminaNiente. È un modo di dire. Speravo di poter commentare. Non voglio, però, essere considerato l'oscuro o l'oracolo: quel modo di dire si riferisce al fatto che i tuoi guai, le tue preoccupazioni, i tuoi affanni, ecc., sono comuni a tutti. Chi più, chi meno. Volevo semplicemente dire questo.
RispondiEliminaSarò felice di poterti leggere ancora e, mi auguro, di poter commentare.
Pensavo di aver violato involontariamente qualche regola. Non uso questo strumento da tempo. Certo, commenta pure quando vuoi.
EliminaSono un novizio dei blog. 😂😂😂
RispondiElimina