Con le pareti del mio stomaco hanno perimetrato un brefotrofio.
È il nuovo piano regolatore, dicono. Sento piangere. Dall'immonda botola
della trachea, sento urlare. C'è una festa, ribattono.
Sei invitata. Come endecasillabo per una sestina.
Indossi una vasta mantella scarlatta. La stessa che velò il sole
agli achemenidi. A Salamina. Ma non mi va, con questi primi freddi,
di raggiungere alcun oracolo. Dovrei aggiornare la app, tra l'altro.
E non vorrei contrarre influenze.
A monte!
Che il mazziere chiami pure giro.
Che l'araldo dichiari che anche il baccarat del solstizio
è andato perduto. Ah, se solo riuscissi a non svegliarmi di soprassalto
alle quattro! avrei meno pieghe da decubito sotto gli occhi
castani. Avrei meno castani questuanti in fila sotto la finestra
all'inglese della mia orbita destra. Ma questo è.
In questo si incorre quando si bisbigliano facezie all'orecchio
agli anniversari: il terremoto dell'Irpinia, forse il Vajont,
i pantaloni corti dell'infanzia ardita: la Fiera.
Quel cumulo di terra scossa ha trattenuto il tuo taccuino.
La mia ingenua curiosità suicida l'ha issato, dragato,
dalle nebbie inconsistenti - transilvane - delle pendole a muro.
Dall'ozio intoccabile dei minuti sgozzati, dall'oblio compunto
che tale dovrebbe rimanere. Invece: "ricordi?".
Ti crollò l'impalcatura del cuore nel bel mezzo della via.
La brossura d'ogni singolo libro tremò, il corpo dei testi
sparse sillabe e incidentali sulla ghiaia del centro: una pozza di lettere!
Ricordi quel che dicesti? Sì, che lo ricordi!
Quanto a me: vado. I miei bambini hanno fame e sonno.
Il mio stomaco va chiuso per la notte. A doppia mandata.
Soffia un discreto maestrale.
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