Se la tua intenzione è quella di tramutarmi in un amico di penna, mia cara
- tipo Germania Orientale, hai presente? -
allora il consiglio che ti do è quello di rivolgerti alla tua strega di fiducia,
affinché mi trasformi in un pettirosso. O, giacché si trova, in un piroscafo.
Perché non mi placo, non so placarmi.
Piuttosto mi consumo, smerigliandomi d'una dolcezza che arde inespressa,
che s'impantana come meteorite nella pietra lavica, che s'inabissa
tra i cardini delle colpe, e che ben presto - ahimé - inscurita e controvoglia
si schiuderà in una festa patronale di selvaggia distruzione. Dell'idolo.
Perché così muore la dolcezza che non ha carezze. Tra i fuochi pirotecnici
di una battaglia navale. Sul Bosforo, naturalmente. Letterariamente.
Così, stordito di speranza, smetto di sperare. Di praticare l'infeconda attesa
degli spiragli, il culto propiziatorio e primigenio di un "Mi manchi"
che verdeggiante svetti sul traguardo volante delle mie mai inverate illusioni.
Spazzo il cuore come un pavimento di polveri, lavo pupille circolari
alla sgocciolante fonte del tempo che non perdona la perdita; sacrifico
la bestia che sono ai lari del mio letto matrimoniale; espongo l'icona
delle abusate imperfezioni al paragone con l'ignoto e il sentito dire.
Questo faccio, ogni giorno. Come roboante abitudine ai tributi domestici.
Ma anziché tergiversare sul tedio che ti causano queste mie orazioni,
faccio prima a indicarti quel set di coltelli presi alla fiera:
scegli la lama che preferisci e vieni. Conficcami la prescelta nell'inguine
e muovi quel polso. Sottilmente, aggancia i tuoi occhi ai miei.
E ripetimi: "Ti amo ma non posso. Ti amo ma non posso".
Come la più convincente delle spiegazioni a Marte.
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